venerdì 16 dicembre 2011

Argentina: le previsioni di un’economia in trasformazione e in netta ripresa

Dopo la grave crisi che ha colpito il Paese Sudamericano tra il 1999 e il 2002, l’economia argentina, seppur attraversata da mille difficoltà, è stata in grado di riprendersi, sperimentando una buon livello di crescita tra il 2004 e il 2010 (anche con punte dell’8% in alcuni anni). La ripresa è stata trainata soprattutto dai consumi, in particolar modo di prodotti elettronici ed elettrodomestici, che sono aumentati del doppio rispetto agli anni precedenti. Il consumo procapite dei consumatori è salito mediamente dell’8.2% annuo in termini reali tra il 2004 e il 2009, arrivando ad una quota pari a 4.340 USD nel 2009.

Le previsioni e le prospettive per questo nuovo decennio sono positive. L’economia Sudamericana è in piena ascesa e le opportunità che derivano dalla vicinanza con gigante Brasiliano sono enormi: ne consegue dunque che il Paese non potrà che beneficiarne. In base ad una ricerca condotta da Euromonitor, nel corso di questo decennio i consumatori Argentini saranno più ricchi, e si registrerà anche un cambiamento delle loro abitudini e della loro mentalità. Oggi si registra una maggiore attenzione verso l’ambiente, verso un modello di vita più sano, verso il turismo locale e verso un più forte interesse nei confronti dell’intrattenimento e dei mezzi digitali e tutto lascia pensare che tali tendenze si consolideranno in maniera sempre più importante in futuro.

La particolarità del consumatore Argentino odierno consiste nella sua particolare predisposizione verso gli acquisti. Tale fenomeno è riconducibile in particolar modo all’alta inflazione, endemico problema che ha da sempre contraddistinto l’economia del Paese: secondo i dati ufficiali, l’attuale tasso di inflazione raggiunge il 10% e non ci si aspetta un calo che nei prossimi cinque anni. Concetti come investimenti e risparmio non rientrano nei piani della maggioranza della popolazione: i consumatori non vedono alternative e preferiscono investire direttamente nel consumo, specialmente nell’acquisto di beni durevoli. Considerando dunque che la maggioranza dei lavoratori ha visto incrementare il proprio stipendio più o meno del 25% nel 2010, si è generato un notevole incremento nei consumi.

Nello specifico, si presta molta attenzione per quanto riguarda l’acquisto di prodotti con promozioni speciali e sconti, in particolar modo per gli alimenti. I settori più dinamici e che hanno avuto maggiori benefici in tale contesto sono quelli dei beni durevoli: le vendite di prodotti elettronici hanno sperimentato un boom incredibile, con una crescita esponenziale dell’891% tra il 2002 e il 2010; quelle degli elettrodomestici (cucine, lavatrici, frigoriferi, ecc.) sono cresciute del 601,7% sempre nello stesso periodo. Anche prodotti per la casa (+139,7%), per la salute (+103,2%), articoli di bellezza e igiene personale (+112%) e giochi e giocattoli (+101,5%) hanno incrementato le proprie vendite. Inoltre l’anno scorso la vendita di automobili ha fatto registrare il record del 2008, superando le 620mila unità vendute.

Anche settori come quello energetico, quello minerario e quello agricolo sperimenteranno una notevole crescita da qui fino al 2020, spingendo sempre più in alto i consumi, che non riguarderanno solo l’immensa capitale Buenos Aires, vero e proprio motore e centro economico-culturale del Paese, in grado di concentrare il 54% del consumo nazionale, ma anche le città interne (Rosario, Cordoba e i principali distretti del petrolio, del settore minerario e del comparto agro-industriale), il cui numero di abitanti è cresciuto tra il 10% e il 24% nell’ultimo decennio. Il previsto incremento demografico, inoltre, si tradurrà in una forte domanda di comunicazioni e trasporti (a tal proposito il Ministero dei trasporti intende ampliare la rete ferroviaria, letteralmente travolta dalla crisi del 1999-2002): l’Argentina è l’ottavo paese più grande al mondo in termini di estensione geografica, ma attualmente occupa solo il 32.mo posto rispetto al numero di abitanti e il 207.mo posto in termini di densità demografica.

Non saranno queste le uniche novità degli anni a venire. Il profilo del consumatore è destinato a cambiare, dal momento che il Paese sarà sempre più soggetto a frequenti migrazioni da parte delle nazioni limitrofe e sarà sempre più vincolato all’America Latina. Tale fenomeno rappresenta una novità per l’Argentina, storicamente ritenuta (anche con un certo orgoglio dagli stessi Argentini) una delle nazioni Sudamericane più vicine a Stati Uniti ed Europa. Le emigrazioni avvenute durante il decennio passato, da Bolivia, Perù e Paraguay, la già nutrita presenza di Cileni e Uruguayani, l’espansione delle imprese Cilene e Brasiliane con il relativo spostamento di molti lavoratori, i sempre più crescenti legami con le Università Colombiane e Messicane rappresentano fattori in grado di modificare la fisionomia della nazione, che avrà una più forte cultura Latina e il cui numero di stranieri raggiungerà il 12% della popolazione nel 2020. Tutto ciò comporterà dei notevoli cambiamenti in determinati settori, in particolare nell’alimentare, nella ristorazione, nell’intrattenimento, nell’abbigliamento, nell’educazione e nel turismo. Nel 2020 l’Argentina somiglierà molto probabilmente al Paese osservato durante il decennio del 1900, con una differenza: se all’inizio del secolo passato Italiani e Spagnoli hanno contribuito in maniera preponderante alla creazione dell’identità Argentina, tra dieci anni sarà la componente latina a giocare un ruolo fondamentale.

I cambi demografici, economici e tecnologici assieme alla crescita della classe media, condizioneranno i nuovi stili di vita e i nuovi modelli di comunicazione: le imprese interessate a tale mercato dovranno quindi giocare un ruolo più attivo, attraverso la creazione di nuovi prodotti e servizi che dovranno adattarsi alle tendenze che sono già in atto.

venerdì 2 dicembre 2011

Vietnam: overview economica

Il Vietnam rappresenta oggigiorno una delle piattaforme più promettenti e più interessanti nello scenario globale. Il Paese Asiatico, ancora sconosciuto a molti imprenditori Italiani che decidono di focalizzare le proprie attenzioni su Paesi più grandi e rinomati, ha intrapreso ormai da tempo un percorso che lo proietta a pieno titolo tra i big dell’Asean (Association of Southeast Asian Nations, organizzazione economica volta allo sviluppo e alla crescita economica, sociale e culturale dei suoi stati membri, ovvero Vietnam, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Myanmar, Cambogia e Laos) e che lo porterà a recitare un ruolo di maggior peso e importanza anche in tutto il continente.

Quando parliamo di Vietnam, ci riferiamo ad un Paese che (oltre ai noti eventi che hanno sconvolto la sua storia tra il 1960 ed il 1975) ha subìto un’incredibile trasformazione negli ultimi 15 anni, passando da uno stato di povertà ed isolamento, con la presenza di un sistema normativo socialista poco favorevole all’economia di mercato, alle incredibili performance attuali. A partire dal 1995 si è inaugurata una nuova stagione per il Vietnam, grazie ad una serie di riforme giuridico-economiche e ad una maggiore apertura nei confronti del commercio e degli investimenti esteri che hanno portato Hanoi addirittura a riallacciare i rapporti diplomatici con gli USA: da allora il Paese ha iniziato a partecipare ad accordi internazionali commerciali, regionali (ASEAN) e multilaterali, cambiando la sua fisionomia e sperimentando una crescita con ottimi risultati economici che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Il Vietnam oggi esporta quasi il 70% del PIL, ha un reddito procapite superiore ai 1000 dollari l’anno e il suo PIL, che nel 2009, l’anno della crisi è incrementato del +5%, nello scorso anno ha fatto registrare un +6.2%. La forte stabilità politica e sociale e l’importanza data dal Governo agli incentivi alle imprese straniere rappresentano ulteriori elementi che rafforzano la posizione internazionale di Hanoi. Inoltre anche in Vietnam si sta verificando il fenomeno che sta avvenendo anche in Cina e India e che caratterizza il vero cambiamento di un Paese, ovvero la formazione e l’emergere di una classe media con una forte propensione al consumo e decisamente incline ai gusti e agli standard di vita occidentali. L’ adesione all’ ASEAN (10 paesi e oltre mezzo miliardo di persone) e all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007, gli accordi libero scambio con Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Nuova Zelanda fanno sì che il Vietnam si collochi all’interno di un mercato con oltre 3 miliardi e mezzo di persone.

Il Paese ha sperimentato una crescente integrazione nel mondo globalizzato e un rapido processo di internazionalizzazione attraverso una instancabile marcia di apertura del mercato verso l’estero: ciò si spiega non solo per fattori storici e geopolitici contingenti, ma anche per l’urgente necessità di investimenti e di tecnologia e know how straniero. Non a caso, i costi su tasse import-export e dazi sono bassi. Il Vietnam inoltre è un Paese giovane (26% ha meno di 15 anni, 56% ha meno di 30 anni) con obiettivi ambiziosi, ed è in grado di offrire un basso costo del lavoro e una grande disponibilità di manodopera.

Certamente ha bisogno ancora di tempo affinchè possa definirsi a tutti i livelli come un Paese industrializzato: si registrano carenze e ritardi soprattutto a causa della mancanza o dell’inadeguatezza delle infrastrutture che non sono in grado di supportare la crescita. L’eccessiva burocrazia, la corruzione, norme legali spesso ambigue e soggette a frequenti cambiamenti, assieme ad una certa commistione del settore pubblico nel business rappresentano altri elementi sui quali il Governo dovrà intraprendere le necessarie misure.

Tuttavia, al di là di questi problemi, le opportunità sono davvero vantaggiose. il made in Italy gode di un’ottima immagine ad Hanoi e dintorni e i nostri prodotti sono particolarmente richiesti dal consumatore locale, ma nonostante tale attenzione nei nostri confronti, in Vietnam si registra uno scarso afflusso di investimenti italiani e, più complessivamente, uno scarso interesse delle nostre aziende: l’Italia, infatti, si colloca solo oltre la 30.ma posizione quanto a investimenti diretti.

Tale visione è davvero miope. I fattori che dovrebbero portare ad un maggiore interesse nei confronti del Vietnam sono davvero molteplici: la presenza di controparti di dimensioni speculari alle nostre PMI, l’assenza delle grandi imprese Cinesi che hanno peso smisurato nella trattativa, una classe industriale locale già formata a suo tempo dalle aziende giapponesi, una manodopera apprezzata per impegno ed etica del lavoro ed un alto livello di motivazione della forza lavoro. Il Paese si configura inoltre come interessante alternativa produttiva alla Cina (anche molte aziende Cinesi hanno già attuato e stanno attuando qui un processo di localizzazione strategica), e con una produzione di qualità e costi inferiori, configurandosi come valido e crescente mercato per il sourcing: i fornitori più qualificati sono spesso aziende straniere insediate (Giapponesi, Taiwanesi, Coreane, di Singapore ed Hong Kong) in grado di offrire buona qualità e timing nelle consegne ragionevole.

Quando si pensa al Vietnam, bisogna pensare alle nuove dinamiche economiche e geopolitiche e all’emergere di una sistema multipolare cha favorisce l’ascesa di macroaree regionali tra cui l’ASEAN: per cui oltre a costituirsi come piattaforma ideale per l’Asean, Hanoi si colloca in una posizione geograficamente strategica tra India, Cina e Oceania.

I settori su cui puntare (e più interessanti) riguardano i prodotti di consumo a basso costo, in particolare abbigliamento, tessile e arredamento, ma si registrano opportunità d’investimento anche nei seguenti settori:

• mobili in legno
• alimentare e bevande
• componenti elettroniche
• assemblati e materie plastiche
• sourcing
• meccanica e macchine
• agroindustria
• infrastrutture

Riteniamo che la strategia di accesso nei confronti di tale mercato debba essere progressiva e a medio-lungo termine, quindi non dovrebbe limitarsi solo alla ricerca di distributori e importatori locali ma piuttosto sarebbe necessario impiantarsi lì, producendo localmente. Si tratterebbe infatti di un ottimo investimento finalizzato a riprogettare il mercato locale in una logica di internazionalizzazione.