venerdì 20 gennaio 2012

Brasile: il fascino del made in Italy

Nonostante il difficile momento che sta attraversando il nostro Paese, il made in Italy continua ad esercitare il suo fascino e ad essere apprezzato a livello globale. Per ovvie ragioni di continuità culturale, l’America Latina garantisce da questo punto di vista le possibilità di accesso ad un mercato sempre fortemente interessato ai nostri prodotti: probabilmente in nessuna altra parte del mondo i marchi italiani risultano tanto apprezzati e possono contare su una spendibilità così elevata.

La presenza Italiana in Brasile può ritenersi discreta: sono circa 600 le nostre imprese insediate nel territorio (di cui un terzo sono impianti produttivi e 280 sono filiali commerciali) e tra queste il numero di PMI ammonta a 450. I settori in cui il made in Italy occupa una posizione di leadership sono la meccanica, il comparto alimentare, il settore dei materiali da rivestimento, il tessile, la nautica. Il nostro interscambio commerciale, a testimonianza di una costante continuità culturale, ha sperimentato un incremento a partire dal 2006 del 30% e le nostre esportazioni hanno avuto un vero e proprio boom sempre a partire dallo stesso periodo con un +70%. Nel primo semestre del 2011 il nostro export ha fatto registrare un incremento del 30% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: tali cifre hanno fatto si che il Brasile rappresenti oggi il secondo mercato del continente Americano, dopo gli Stati Uniti, rispetto al quarto posto occupato nel 2006.

L’Italia, tuttavia, può fare molto di più. Questo il pensiero di Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, che nel corso dell’ultimo Forum Economico tra Italia e Brasile, avvenuto ad ottobre 2011, ha evidenziato come, nonostante le nostre relazioni commerciali con il Brasile godano di buona salute, si possa fare molto di più. Sarebbe opportuno, proprio in virtù del forte legame culturale, cercare nuovi spazi e creare nuove possibilità di export e di internazionalizzazione, soprattutto per le PMI.

In un momento come quello attuale, le opportunità offerte dal gigante Brasiliano sono enormi: dal settore alimentare a quello ambientale, dall’automotive alle energie rinnovabili, dalla nautica all’attività estrattiva di marmi e graniti, dal petrolchimico alle telecomunicazioni solo per citarne alcuni. Tra le aree in cui poter effettuare un investimento si segnala oltre a San Paolo e Rio de Janeiro, lo Stato di Bahia (che offre interessanti opportunità per l’automotive, la trasformazione della plastica e la metallurgia), di Santa Catarina, di Parà e Maranhao.

La crescita prevista per il più importante Paese del Sudamerica, si attesterà nei prossimi quattro-cinque anni ad un ritmo superiore al 4%, e non può passare inosservato il fatto che il Brasile sarà teatro dei Mondiali di calcio 2014 e delle Olimpiadi 2016: per poter far fronte a tali eventi, Brasilia spenderà circa 28 miliardi di Euro solo in ambito infrastrutturale. La forte stabilità politica e finanziaria, l’intenso sviluppo demografico, la vertiginosa ascesa della classe media (si calcola che negli ultimi 3 anni ben 45 milioni di Brasiliani siano entrati a far parte della classe media), la crescita di diversi settori fa sì che il Brasile costituisca oggigiorno una delle principali mete in cui investire ed internazionalizzarsi. Anche le agenzie di rating, Fitch su tutte, hanno promosso il Paese Sudamericano, elogiandone percorso di crescita, che si manterrà “relativamente robusto” nei prossimi anni, e solidità economica.

Tra i principali fattori critici, la complessità del sistema fiscale e i dazi elevati: considerato il costante aumento della capacità di consumo del Paese, Brasilia tenta di proteggere dalla concorrenza estera le aziende nazionali per favorirne la crescita, e di conseguenza i dazi sono tali da far raddoppiare il prezzo della merce importata. Per questa ragione, lo sbarco in Brasile si addice maggiormente alle aziende che intendono produrre in loco o a quelle che assieme al prodotto di punta di fascia alta, sono in grado di associare una seconda linea, dotata dell’appeal del marchio italiano ma dal prezzo più abbordabile.

La chiave giusta per l’accesso nei confronti di tale mercato consiste non tanto in un’ottica di breve termine, ovvero di una politica volta meramente all’esportazione, ma nell’investimento produttivo: è questa la corretta modalità di approccio che può garantire risultati concreti in un mercato di 200 milioni di abitanti. In alternativa l’impresa Italiana può pensare anche alla possibilità di una costituzione di società di diritto locale, ad una acquisizione o ad una partnership con società locali.

venerdì 16 dicembre 2011

Argentina: le previsioni di un’economia in trasformazione e in netta ripresa

Dopo la grave crisi che ha colpito il Paese Sudamericano tra il 1999 e il 2002, l’economia argentina, seppur attraversata da mille difficoltà, è stata in grado di riprendersi, sperimentando una buon livello di crescita tra il 2004 e il 2010 (anche con punte dell’8% in alcuni anni). La ripresa è stata trainata soprattutto dai consumi, in particolar modo di prodotti elettronici ed elettrodomestici, che sono aumentati del doppio rispetto agli anni precedenti. Il consumo procapite dei consumatori è salito mediamente dell’8.2% annuo in termini reali tra il 2004 e il 2009, arrivando ad una quota pari a 4.340 USD nel 2009.

Le previsioni e le prospettive per questo nuovo decennio sono positive. L’economia Sudamericana è in piena ascesa e le opportunità che derivano dalla vicinanza con gigante Brasiliano sono enormi: ne consegue dunque che il Paese non potrà che beneficiarne. In base ad una ricerca condotta da Euromonitor, nel corso di questo decennio i consumatori Argentini saranno più ricchi, e si registrerà anche un cambiamento delle loro abitudini e della loro mentalità. Oggi si registra una maggiore attenzione verso l’ambiente, verso un modello di vita più sano, verso il turismo locale e verso un più forte interesse nei confronti dell’intrattenimento e dei mezzi digitali e tutto lascia pensare che tali tendenze si consolideranno in maniera sempre più importante in futuro.

La particolarità del consumatore Argentino odierno consiste nella sua particolare predisposizione verso gli acquisti. Tale fenomeno è riconducibile in particolar modo all’alta inflazione, endemico problema che ha da sempre contraddistinto l’economia del Paese: secondo i dati ufficiali, l’attuale tasso di inflazione raggiunge il 10% e non ci si aspetta un calo che nei prossimi cinque anni. Concetti come investimenti e risparmio non rientrano nei piani della maggioranza della popolazione: i consumatori non vedono alternative e preferiscono investire direttamente nel consumo, specialmente nell’acquisto di beni durevoli. Considerando dunque che la maggioranza dei lavoratori ha visto incrementare il proprio stipendio più o meno del 25% nel 2010, si è generato un notevole incremento nei consumi.

Nello specifico, si presta molta attenzione per quanto riguarda l’acquisto di prodotti con promozioni speciali e sconti, in particolar modo per gli alimenti. I settori più dinamici e che hanno avuto maggiori benefici in tale contesto sono quelli dei beni durevoli: le vendite di prodotti elettronici hanno sperimentato un boom incredibile, con una crescita esponenziale dell’891% tra il 2002 e il 2010; quelle degli elettrodomestici (cucine, lavatrici, frigoriferi, ecc.) sono cresciute del 601,7% sempre nello stesso periodo. Anche prodotti per la casa (+139,7%), per la salute (+103,2%), articoli di bellezza e igiene personale (+112%) e giochi e giocattoli (+101,5%) hanno incrementato le proprie vendite. Inoltre l’anno scorso la vendita di automobili ha fatto registrare il record del 2008, superando le 620mila unità vendute.

Anche settori come quello energetico, quello minerario e quello agricolo sperimenteranno una notevole crescita da qui fino al 2020, spingendo sempre più in alto i consumi, che non riguarderanno solo l’immensa capitale Buenos Aires, vero e proprio motore e centro economico-culturale del Paese, in grado di concentrare il 54% del consumo nazionale, ma anche le città interne (Rosario, Cordoba e i principali distretti del petrolio, del settore minerario e del comparto agro-industriale), il cui numero di abitanti è cresciuto tra il 10% e il 24% nell’ultimo decennio. Il previsto incremento demografico, inoltre, si tradurrà in una forte domanda di comunicazioni e trasporti (a tal proposito il Ministero dei trasporti intende ampliare la rete ferroviaria, letteralmente travolta dalla crisi del 1999-2002): l’Argentina è l’ottavo paese più grande al mondo in termini di estensione geografica, ma attualmente occupa solo il 32.mo posto rispetto al numero di abitanti e il 207.mo posto in termini di densità demografica.

Non saranno queste le uniche novità degli anni a venire. Il profilo del consumatore è destinato a cambiare, dal momento che il Paese sarà sempre più soggetto a frequenti migrazioni da parte delle nazioni limitrofe e sarà sempre più vincolato all’America Latina. Tale fenomeno rappresenta una novità per l’Argentina, storicamente ritenuta (anche con un certo orgoglio dagli stessi Argentini) una delle nazioni Sudamericane più vicine a Stati Uniti ed Europa. Le emigrazioni avvenute durante il decennio passato, da Bolivia, Perù e Paraguay, la già nutrita presenza di Cileni e Uruguayani, l’espansione delle imprese Cilene e Brasiliane con il relativo spostamento di molti lavoratori, i sempre più crescenti legami con le Università Colombiane e Messicane rappresentano fattori in grado di modificare la fisionomia della nazione, che avrà una più forte cultura Latina e il cui numero di stranieri raggiungerà il 12% della popolazione nel 2020. Tutto ciò comporterà dei notevoli cambiamenti in determinati settori, in particolare nell’alimentare, nella ristorazione, nell’intrattenimento, nell’abbigliamento, nell’educazione e nel turismo. Nel 2020 l’Argentina somiglierà molto probabilmente al Paese osservato durante il decennio del 1900, con una differenza: se all’inizio del secolo passato Italiani e Spagnoli hanno contribuito in maniera preponderante alla creazione dell’identità Argentina, tra dieci anni sarà la componente latina a giocare un ruolo fondamentale.

I cambi demografici, economici e tecnologici assieme alla crescita della classe media, condizioneranno i nuovi stili di vita e i nuovi modelli di comunicazione: le imprese interessate a tale mercato dovranno quindi giocare un ruolo più attivo, attraverso la creazione di nuovi prodotti e servizi che dovranno adattarsi alle tendenze che sono già in atto.

venerdì 2 dicembre 2011

Vietnam: overview economica

Il Vietnam rappresenta oggigiorno una delle piattaforme più promettenti e più interessanti nello scenario globale. Il Paese Asiatico, ancora sconosciuto a molti imprenditori Italiani che decidono di focalizzare le proprie attenzioni su Paesi più grandi e rinomati, ha intrapreso ormai da tempo un percorso che lo proietta a pieno titolo tra i big dell’Asean (Association of Southeast Asian Nations, organizzazione economica volta allo sviluppo e alla crescita economica, sociale e culturale dei suoi stati membri, ovvero Vietnam, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Myanmar, Cambogia e Laos) e che lo porterà a recitare un ruolo di maggior peso e importanza anche in tutto il continente.

Quando parliamo di Vietnam, ci riferiamo ad un Paese che (oltre ai noti eventi che hanno sconvolto la sua storia tra il 1960 ed il 1975) ha subìto un’incredibile trasformazione negli ultimi 15 anni, passando da uno stato di povertà ed isolamento, con la presenza di un sistema normativo socialista poco favorevole all’economia di mercato, alle incredibili performance attuali. A partire dal 1995 si è inaugurata una nuova stagione per il Vietnam, grazie ad una serie di riforme giuridico-economiche e ad una maggiore apertura nei confronti del commercio e degli investimenti esteri che hanno portato Hanoi addirittura a riallacciare i rapporti diplomatici con gli USA: da allora il Paese ha iniziato a partecipare ad accordi internazionali commerciali, regionali (ASEAN) e multilaterali, cambiando la sua fisionomia e sperimentando una crescita con ottimi risultati economici che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Il Vietnam oggi esporta quasi il 70% del PIL, ha un reddito procapite superiore ai 1000 dollari l’anno e il suo PIL, che nel 2009, l’anno della crisi è incrementato del +5%, nello scorso anno ha fatto registrare un +6.2%. La forte stabilità politica e sociale e l’importanza data dal Governo agli incentivi alle imprese straniere rappresentano ulteriori elementi che rafforzano la posizione internazionale di Hanoi. Inoltre anche in Vietnam si sta verificando il fenomeno che sta avvenendo anche in Cina e India e che caratterizza il vero cambiamento di un Paese, ovvero la formazione e l’emergere di una classe media con una forte propensione al consumo e decisamente incline ai gusti e agli standard di vita occidentali. L’ adesione all’ ASEAN (10 paesi e oltre mezzo miliardo di persone) e all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007, gli accordi libero scambio con Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Nuova Zelanda fanno sì che il Vietnam si collochi all’interno di un mercato con oltre 3 miliardi e mezzo di persone.

Il Paese ha sperimentato una crescente integrazione nel mondo globalizzato e un rapido processo di internazionalizzazione attraverso una instancabile marcia di apertura del mercato verso l’estero: ciò si spiega non solo per fattori storici e geopolitici contingenti, ma anche per l’urgente necessità di investimenti e di tecnologia e know how straniero. Non a caso, i costi su tasse import-export e dazi sono bassi. Il Vietnam inoltre è un Paese giovane (26% ha meno di 15 anni, 56% ha meno di 30 anni) con obiettivi ambiziosi, ed è in grado di offrire un basso costo del lavoro e una grande disponibilità di manodopera.

Certamente ha bisogno ancora di tempo affinchè possa definirsi a tutti i livelli come un Paese industrializzato: si registrano carenze e ritardi soprattutto a causa della mancanza o dell’inadeguatezza delle infrastrutture che non sono in grado di supportare la crescita. L’eccessiva burocrazia, la corruzione, norme legali spesso ambigue e soggette a frequenti cambiamenti, assieme ad una certa commistione del settore pubblico nel business rappresentano altri elementi sui quali il Governo dovrà intraprendere le necessarie misure.

Tuttavia, al di là di questi problemi, le opportunità sono davvero vantaggiose. il made in Italy gode di un’ottima immagine ad Hanoi e dintorni e i nostri prodotti sono particolarmente richiesti dal consumatore locale, ma nonostante tale attenzione nei nostri confronti, in Vietnam si registra uno scarso afflusso di investimenti italiani e, più complessivamente, uno scarso interesse delle nostre aziende: l’Italia, infatti, si colloca solo oltre la 30.ma posizione quanto a investimenti diretti.

Tale visione è davvero miope. I fattori che dovrebbero portare ad un maggiore interesse nei confronti del Vietnam sono davvero molteplici: la presenza di controparti di dimensioni speculari alle nostre PMI, l’assenza delle grandi imprese Cinesi che hanno peso smisurato nella trattativa, una classe industriale locale già formata a suo tempo dalle aziende giapponesi, una manodopera apprezzata per impegno ed etica del lavoro ed un alto livello di motivazione della forza lavoro. Il Paese si configura inoltre come interessante alternativa produttiva alla Cina (anche molte aziende Cinesi hanno già attuato e stanno attuando qui un processo di localizzazione strategica), e con una produzione di qualità e costi inferiori, configurandosi come valido e crescente mercato per il sourcing: i fornitori più qualificati sono spesso aziende straniere insediate (Giapponesi, Taiwanesi, Coreane, di Singapore ed Hong Kong) in grado di offrire buona qualità e timing nelle consegne ragionevole.

Quando si pensa al Vietnam, bisogna pensare alle nuove dinamiche economiche e geopolitiche e all’emergere di una sistema multipolare cha favorisce l’ascesa di macroaree regionali tra cui l’ASEAN: per cui oltre a costituirsi come piattaforma ideale per l’Asean, Hanoi si colloca in una posizione geograficamente strategica tra India, Cina e Oceania.

I settori su cui puntare (e più interessanti) riguardano i prodotti di consumo a basso costo, in particolare abbigliamento, tessile e arredamento, ma si registrano opportunità d’investimento anche nei seguenti settori:

• mobili in legno
• alimentare e bevande
• componenti elettroniche
• assemblati e materie plastiche
• sourcing
• meccanica e macchine
• agroindustria
• infrastrutture

Riteniamo che la strategia di accesso nei confronti di tale mercato debba essere progressiva e a medio-lungo termine, quindi non dovrebbe limitarsi solo alla ricerca di distributori e importatori locali ma piuttosto sarebbe necessario impiantarsi lì, producendo localmente. Si tratterebbe infatti di un ottimo investimento finalizzato a riprogettare il mercato locale in una logica di internazionalizzazione.

venerdì 21 ottobre 2011

India: analisi del settore retail

Il settore retail in India si configura tra i più importanti e tra quelli con un più alto potenziale di crescita. In base ad una ricerca condotta dalla società di consulenza AT Kearney, il mercato Indiano è quello che attira maggiori investimenti a livello globale, collocandosi al primo posto, per il terzo anno consecutivo, nel ranking stilato dalla stessa società. I dati forniti confermano il trend: gli investimenti nell’industria del retail, che nel 2007 raggiungevano una cifra pari a 330 miliardi di USD, nel 2015 dovrebbero raddoppiare, toccando quota 640 miliardi di USD.

Sono molteplici i fattori che rendono l’India il mercato più interessante nel contesto internazionale in relazione al retail: una stabile democrazia, una crescita annuale del PIL del 7% annuo, la disponibilità di manodopera qualificata a basso costo, e nello specifico, la presenza nel comparto di una grossissima fetta di mercato non-organizzato. Proprio quest’ultimo elemento rappresenta per le aziende straniere uno dei principali incentivi all’investimento in India, dal momento che si prefigura tutto lo spazio necessario per un accesso all’interno di tale mercato.

Il retail Indiano si presenta come un mercato estremamente frammentato e di non facile comprensione, sia in termini di politiche del Governo e di legislazione economica, sia in termini di dinamiche e di organizzazione stessa del mercato.

Il settore si divide tra quello organizzato e quello non organizzato: il primo, che include street markets (paragonabili ai nostri mercati), convenience stores (o kiranas, piccoli negozietti che vendono un po’ di tutto e che sono presenti in tutte le località Indiane), corner stores (simili ai kiranas, ma vendono in particolar modo prodotti freschi) ed altre tipologie di negozi simili come i mom&pop stores, rappresenta più del 96% del business totale dell’industria retail (per avere una dimensione più chiara di come si tratti di un mercato estremamente variegato e frammentato, basti pensare che l’area di questi negozietti è inferiore ai 50 metri quadrati); il secondo comprende invece i corporate-backed hypermarkets, ovvero i grandi ipermercati e centri commerciali (Walmart, Tesco, Metro, ecc.), le grandi catene commerciali e le privately owned large retail businesses (Pantaloons, Vishal che sono paragonabili ai supermercati italiani) che sono totalmente di proprietà indiana.

L’industria del retail in India sperimenta ormai da tre anni una crescita annuale del 46.64%, configurandosi come il settore più dinamico e con un maggior tasso di crescita nell’economia locale: le opportunità per i player internazionali sono enormi proprio perché il settore organizzato si colloca in uno stato ancora embrionale. Facendo un paragone con gli Stati Uniti, si può ben intuire quali siano potenzialità di tale mercato: l’India con un giro d’affari che si aggira tra i 180 e i 394 miliardi di USD, è ben distante dalle cifre Statunitensi, i cui volume commerciali si stimano intorno ai 3800 miliardi di USD. Anche gli altri dati confermano questo trend: il settore retail Indiano genera il 7% della forza lavoro, rispetto al 12.6-16% degli Stati Uniti e la quota del mercato organizzato vale solo il 3%, rispetto a quella degli Stati Uniti che raggiunge l’80%. L’unico dato che non presenta enormi differenze è quello relativo al numero di negozi (12 milioni quelli Indiani, nella sua quasi totalità nel settore non organizzato, e 15.3 quelli degli Stati Uniti).

Attraverso opportune e mirate riforme che sono comunque già al vaglio del Governo, il mercato del retail sarebbe in grado di sperimentare una più forte crescita ed un pieno sviluppo, creando addirittura 8 milioni di posti di lavoro nei prossimi 10 anni. Attualmente la produttività del settore è bassa, a causa della bassa penetrazione dei format moderni di stile occidentale (supermercati, ipermercati, ecc.) ed il Governo è ben consapevole che lo sviluppo del comparto innalzerebbe il livello di vita della popolazione, stimolando ulteriormente l’economia: tutti gli elementi portano a pensare che il processo di definitiva apertura e liberalizzazione possa avvenire molto presto.

Al fine di consentire una piena espansione del mercato, si rende necessaria soprattutto l’eliminazione delle restrizioni nei FDI. Gli investimenti stranieri giocano infatti un ruolo fondamentale nello sviluppo dei moderni format e i retailer internazionali vedono l’India come la più grande frontiera del retail rimasta, dal momento che in Cina il settore inizia già a saturarsi. Ma proprio tali restrizioni causano problemi tra i grandi player internazionali come Walmart e Metro, a cui non è consentito l’accesso diretto e che sono costretti a vendere solo con la formula Business to Business e non Business to Consumer. In India infatti gli FDI sono vietati per i retail multi-brand e dunque è necessario per tali brand trovare strade alternative.

Sul fronte della domanda, i consumatori Indiani hanno oggigiorno un potere d’acquisto più elevato e si è verificato un vero e proprio cambiamento nella loro mentalità: sono più inclini ad accettare i moderni format, hanno una maggiore consapevolezza del marchio e richiedono una vera e propria “esperienza di shopping” sulla scia dei modelli occidentali. L’ingresso della distribuzione moderna, che è entrata in India sotto forma di centri commerciali, ha reso possibile tale cambiamento, dal momento che oltre a fornire un’enorme offerta commerciale è stata in grado di offrire efficaci forme di intrattenimento.

Sul fronte dell'offerta, oltre ai già citati brand stranieri, i principali retailer nel settore organizzato comprendono i grandi gruppi Indiani come Tata, RPG, Rahejas, Piramal. Sicuramente, qualora le restrizioni venissero abolite, la concorrenza che fino ad ora è stata in gran parte locale, aumenterebbe in maniera esponenziale.

Il processo di trasformazione, a prescindere dalle scelte del Governo, non si arresta. Il settore è cambiato molto negli ultimi 6-7 anni e ci si aspetta che il retail Indiano raggiunga gli standard globali entro i prossimi 5 anni. Continuano infatti a sorgere nuovi centri commerciali e nuovi malls di stile occidentale, sia nelle metropoli che nelle altre città più piccole. Negli anni a venire, si può prevedere che gli ipermercati emergeranno come il format preferito dai retailer internazionali intenzionati ad entrare nel sub-continente: attualmente ci sono solo circa 50 ipermercati che sono in grado di coprire una popolazione di poco superiore al mezzo milione, ma il settore ha il potenziale necessario per assorbire molti più ipermercati nei prossimi 4-5 anni.